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  • Giusy Laganà

Quante cose ci ha rubato la guerra - di Manuela Barban, una storia di guerra e libertà, Las Vegas edizioni-



Molti anni fa, mi consigliarono di vedere Una lunga domenica di passioni, film del 2004 diretto da Jean-Pierre Jeunet, tratto dal libro omonimo dello scrittore francese Sébastien Japrisot. Un ritratto della guerra, fatta di dolore e assenze, di allontanamenti e tristi addii.

Nel film, finita la guerra, la fidanzata di Manech, una ragazza di nome Mathilde rimasta zoppa per la poliomielite, viene contattata da un ex sergente ricoverato in un ospedale a causa dell'influenza spagnola. L'uomo, Daniel Esperanza, le rivela che Manech non è caduto in combattimento come le è stato comunicato, ma è stato gettato fuori dalle trincee insieme ad altri quattro condannati. I cinque soldati sono tutti morti. Eppure, Mathilde nutre la speranza che il suo fidanzato sia sopravvissuto, e che non si sia messo in contatto con lei perché ha perduto la memoria per un trauma subito prima dei fatti. Comincia a fare indagini presso le famiglie degli altri quattro condannati; si avvale anche di un investigatore privato, Germain Pire, il quale si reca fino in Corsica per le sue indagini, senza molto successo. Poco alla volta, mentre gli anni passano, Mathilde raccoglie testimonianze frammentarie su ciò che è accaduto quel giorno fino alla scoperta della verità.


Leggendo il romanzo di Manuela Barban "Quante cose ci ha rubato la guerra",Las Vegas edizioni, ritorniamo involontariamente ai grandi film, a quei capolavori cinematografici, che hanno voluto rappresentare il dolore straziante della morte, portata dalla Guerra, ma anche della lotta per alimentare quei sentimenti schiacciati da ogni cosa durante il conflitto. Amori finiti, uccisi, interrotti, spazzati via. Carezze mai più sfiorate divise dalla guerra e abbracci non più vissuti.


Un giorno, Manuela Barban si ritrova in mano le lettere di sua nonna Silvana, consegnate dalla zia Egizia. Attraverso la lettura della corrispondenza tra nonna Silvana e nonno Goffredo, separati dal secondo conflitto mondiale, ricostruisce una storia famigliare, la sua, che racconta, seppure secondo sguardi diversi, un insostenibile desiderio di libertà.


E' il 1943, Silvana, é una donna moderna e indipendente che mal sopporta gli obblighi e la mentalità della famiglia del marito e durante la guerra decide di trasferirsi a Savona a casa dei genitori della sua migliore amica, Luciana.

Goffredo, invece, é un uomo geloso e sospettoso della moglie dinnanzi alla sua volontà indiscutibile di emancipazione e indipendenza. Durante il periodo in cui si ritrovano distanti, Goffredo rimane a Trieste per lavorare, i due si scambiano lettere di fuoco mettendo in discussione il loro rapporto.

Lui non accetta che sua moglie, madre di Egizia, non si sottometta alla sua famiglia, anche per piccole consuetudini. Ma Silvana, donna tutta d'un pezzo, resiste.

Mentre fuori cadono le bombe, non si scompone e continua indissolubile nel suo obbiettivo: tutelare la propria libertà e quella di sua figlia, ancora molto piccola, per non rinunciare alla propria indipendenza. La morte semina disperazione, ma Silvana lotta per i suoi valori e la sua visione del mondo.


La bellezza di Quante cose ci ha rubato la guerra di Manuela Barban si racchiude in un piccolo mondo, quello delle vite di due persone "comuni" come scrive l'autrice, messe alla prova e allo stremo in condizioni eccezionali. Goffredo, il nonno, uomo apparentemente placido e tranquillo, rivela invece un'indole intraprendente adoperandosi per organizzare la resistenza armata: il suo compito è quello di salvare gli operai dalla deportazione nei campi di lavoro in Germania instaurando un rapporto ambiguo con una SS che lavora nel giornale di lingua tedesca.

Silvana, sceglie di resistere alle pressioni famigliari e socio-culturali di quel tempo, per difendere il diritto di essere sempre se stessa, nonostante la guerra. Non rinuncia alla sua libertà di movimento, alle sue sigarette e a quel rossetto color geranio che tanto le piace.


Resistere significa combattere, lottare ogni giorno per rimanere vivi. Il rapporto a distanza, ricostruito attraverso le lettere di Silvana e Goffredo rimaste in un cassetto per anni, é una forma di resistenza per non dimenticarsi e per esserci l'uno con l'altro.

Attraverso queste pagine, torniamo indietro nel tempo. Recuperiamo la nostra storia nazionale, le vicende storiche accadute e quella voglia di lottare che, oggi, forse abbiamo perso. Riscopriamo anche i sentimenti di una giovane coppia, da poco genitori, che diventeranno i nonni dell'autrice, per arrivare un giorno, dopo molti anni, a noi lettori.

Raccontare della propria storia famigliare, attraverso studi e ricostruzioni, si trasforma, non solo in una grande testimonianza storica e letteraria, ma anche in un modo personale di fare e scrivere letteratura.

Manuela Barban è nata a Savona nel 1967 e vive a Torino dal 1969. Ha partecipato all’antologia “Le ricette del Cornuto” e scritto racconti per alcune riviste. Lavora nel team ESG di una multinazionale ed è tra i fondatori della rivista letteraria CRACK.

Quante cose ci ha rubato la guerra è il suo primo romanzo.




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