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  • Giusy Laganà

Uvaspina - di Monica Acito, dalle viscere di Uvaspina a quelle di una Napoli velata e feroce


"Il cielo si mise a ruggire ancora: sembrava che tutto il Vesuvio si fosse messo a sgocciolare lava nel cielo, tra i palazzi di tufo, a far colare fuoco nella pavimentazione a spina di pesce dal centro. Gli venne in mente un unico nome che poteva succedergli, e quel nome aveva un solo odore: quello del frutto spremuto"

Un frutto, spremuto e da spremere di continuo per far uscire anche l'ultima goccia del suo succo. Uvaspina porta addosso una croce che inizia con il piccolo neo sotto l'occhio e continua con il suo silenzio non sfiorato. Lui é diverso dagli altri. E' silenzioso, riflessivo, introspettivo. L'unica amica é la sorella Minuccia, più piccola ma tanto caparbia da rendergli la vita difficile e tumultuosa. Lei é tutto quello che lui non può essere a partire dalla sua libertà. Uvaspina sa benissimo di essere diverso, non é come gli altri maschi della sua età e anche quando ci prova, finisce per obbligarsi a non provare quel disgusto che lo nausea ancora di più.


Le passioni e la complessità della famiglia di Uvaspina sono connesse a quelle della loro città: Napoli.

Il corpo di una Napoli dolente dove il mare lava ogni cosa e digerisce i pesci più brutti come le meduse più velenose. L'acqua che uccide, l'acqua che restituisce la vita, anche se mischiata col piombo nel gioco del chiummo.

In una storia che lascia senza fiato, Uvaspina e Minuccia raccontano, canzonati dalle tragedie del mercoledì sera della "Spaiata", il folklore delle loro esistenze spaccate e obbligate a stare incollate dal girare vorticoso dello strummolo.


Ogni parola é ricercatezza. Ogni pagina é densa di storia, passione, corposità. Ogni immagine riporta a una Napoli dalle viscere ribollenti pronta ad acchiapparti con i suoi tentacoli per penetrare ogni segreto e ogni paura, per rendere inerme dinnanzi alla sua bellezza velata e ingannevole.

Ci si commuove per le passioni di Uvaspina, si trema con lui davanti alle sue fragilità. Ci si arrabbia davanti a Minuccia, così feroce e crudele, folle e spietata. Ci si diverte con le sceneggiate della Spaiata che raccontano usi e costumi che spesso posso apparire "volgari" ma che invece cantano una cultura vorace dalle immense sfumature.

"Quegli spari striavano il cielo di sangue, lo mestruavano di argento: in quegli scoppi c'erano la rabbia della figlia e il dolore del figlio e lo stesso corpo di Napoli dolente, che si apriva in tagli diversi di luce"

Ti innamori, pagina dopo pagina, del ruggito di questa storia dove il Vesuvio sembra sgocciolare fuoco che arriva sulla pelle come sangue, quello di un amore, quello della carne, che semina distruzione, dolore, ingiustizia. Annichilisce e rende inermi il racconto di queste vite così difficili e al tempo stesso così maestose.


L'amore, quello di cui tutti "si fanno" la bocca, non é per quelli come lui, discriminati e vomitati, immeritevoli di attenzioni e carezze. Uvaspina può accontentarsi degli avanzi, dei cani randagi, quelli soli e brutti che non vuole nessuno. Le mani di Antonio invece, risvegliavano tutto, con una potenza dolorosa che lo fanno gemere ad ogni vibrazione come una giovenca. Nel tocco di Antonio c'é la misura dell'amore e del desiderio che arde e che alla fine brucia. Perché una cosa Uvaspina l'ha imparata, la felicità vista da fuori é assai crudele: ti colpisce come uno schiaffo egoista che ti dice con tono arrogante "TU NO".

Quando Uvaspina e Antonio si guardano non esiste fanciulla riccia, mangiata dal mare insieme ai pesci più brutti, come scrive Monica Acito. La carnalità del loro rapporto intreccia e distrugge, fa conoscere a Uvaspina l'impossibile. Ma la vita, come si ben sa, é feroce con le anime buone e pure, quelle che non disturbano nessuno e che sognano tanto. Uvaspina aspetterà il suo carnefice dietro l'angolo per pagare pegno per aver troppo amato.


La bellezza di questo romanzo sta in primis nel virtuosismo linguistico che mescola linguaggio letterario e narrazione con il dialetto gergale napoletano che amplifica la potenza della parola usata e che rendono ogni immagine creata fortissima e di impatto. Per me rappresenta uno dei romanzi più belli che io abbia letto finora in questo 2023.


Monica Acito (1993) è cresciuta in Cilento, tra le gole del Calore e i templi di Paestum. Ha iniziato a scrivere da bambina e fin dall’adolescenza ha collaborato con testate cartacee e online. Dopo la maturità classica si è trasferita nel centro storico di Napoli, tra Forcella e Mezzocannone, e si è specializzata in Filologia moderna presso l’Università Federico II. Nel 2019 è approdata a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden. Nel 2021 ha vinto, tra gli altri, il Premio Calvino per la narrativa breve e i suoi racconti sono stati pubblicati su numerose riviste letterarie. È docente di discipline umanistiche presso la scuola secondaria di primo e secondo grado.

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