top of page

Nella carne del sacro: la scrittura viscerale di Monica Acito


Con Carità carnale, Monica Acito conferma e radicalizza una voce narrativa tra le più riconoscibili e perturbanti della narrativa italiana contemporanea. Se già Uvaspina (Bompiani, 2023) lasciava intravedere una scrittura capace di muoversi tra registri corporei e tensioni simboliche, questo romanzo ne rappresenta un’evoluzione più consapevole e rischiosa: un’opera che rinuncia a qualsiasi accomodamento narrativo per inseguire una verità emotiva e linguistica più profonda. Carità carnale si legge con la sensazione costante di essere portata in un territorio liminale, dove il linguaggio non serve solo a raccontare una storia ma a incidere, quasi fisicamente, nell’esperienza di chi legge.


Lo stile è forse l’elemento più perturbante e affascinante: una scrittura che non cerca mai l’equilibrio rassicurante, ma si muove per strappi, per accumulo, per improvvise aperture liriche. È una lingua che sembra nascere dal corpo prima ancora che dalla mente — densa, viscerale, a tratti aspra — e che riesce a restituire una materia viva, pulsante. Le immagini non sono mai decorative: sono organiche, spesso scomode, e proprio per questo necessarie. C’è una continua tensione tra sacro e profano, tra carne e redenzione, che attraversa ogni pagina.


La lingua di Acito è densa, materica, costruita per accumulo e per fratture piuttosto che per linearità. La sintassi si tende e si spezza, seguendo il ritmo di un pensiero incarnato, mai puramente razionale. Le immagini non hanno funzione ornamentale: sono viscerali e lavorano come dispositivi di accesso a una dimensione più arcaica dell’esperienza. In questo senso, la scrittura sembra precedere il significato stesso, come se nascesse da un’urgenza corporea prima ancora che da un progetto narrativo.


La costruzione della storia segue questa stessa logica: non lineare, ma emotiva. Più che una trama tradizionale, Carità carnale offre un’immersione nei legami, nelle ossessioni, nei desideri che abitano i personaggi. Il tempo sembra dilatarsi e contrarsi, come se fosse subordinato alla memoria e alla percezione interiore. È un racconto che non guida il lettore, ma lo costringe a sostare dentro le ambiguità, dentro le zone d’ombra, senza mai semplificarle.


Al centro del romanzo si colloca Marianeve, protagonista che sfugge a ogni definizione univoca. Più che un personaggio, è una soglia: un punto di attraversamento tra corpo e linguaggio, tra esperienza individuale e risonanza collettiva. La sua identità si costruisce nella tensione tra desiderio, colpa, bisogno di riconoscimento e aspirazione a una forma di assoluto. Il corpo, per Marianeve, non è mai semplice dato biologico: è luogo di conoscenza, di esposizione e di conflitto. Lei è una ragazza intensa, fragile e impulsiva, che vive tutto fino in fondo: i sentimenti, i legami, il desiderio. Non riesce a proteggersi davvero, e proprio per questo ogni esperienza la segna profondamente. Si butta, si espone, sbaglia, si ferisce. E proprio in questo è estremamente vera.


E poi c’è quel richiamo sotterraneo, potentissimo, a Giulia Di Marco. Non è un riferimento esplicito o didascalico, ma una risonanza profonda: nella scrittura di Monica Acito si avverte la stessa tensione mistica che passa attraverso il corpo, la stessa idea di una spiritualità che non si oppone alla carne ma la attraversa. Come nelle esperienze mistiche più radicali, il dolore, il desiderio, l’abbandono diventano strumenti di conoscenza, quasi di rivelazione. Questa dimensione rende il romanzo ancora più stratificato, perché ciò che sembra puramente fisico si apre continuamente a una lettura simbolica e spirituale. In questo senso, il romanzo si apre a una dimensione che potremmo definire “mistica”, ma in una declinazione radicalmente incarnata. Il richiamo a Giulia Di Marco — figura attraversata da una spiritualità che passa attraverso il corpo e l’esperienza sensibile — non è esplicito, ma agisce come una risonanza profonda. In Carità carnale, infatti, la carne non è negazione del sacro, bensì il suo veicolo: desiderio, dolore e abbandono diventano forme di accesso a una conoscenza che sfugge al linguaggio ordinario.


Accanto a Marianeve, c’è un’altra grande protagonista: Napoli. Non è solo l’ambientazione, ma una presenza viva, che influenza tutto: i rapporti, le emozioni, persino il modo in cui i personaggi sentono e reagiscono. È una città piena, contraddittoria, a tratti soffocante, che amplifica ogni cosa. Napoli è ovunque nel romanzo: nei corpi, nei pensieri, nelle relazioni. È una città che non fa da sfondo, ma entra dentro la storia, la sporca, la accende, la rende più intensa e più vera. La storia di Marianeve non si può separare da Napoli: una città viva, rumorosa, a volte dura, che accompagna ogni sua scelta e ogni suo errore. È come se Napoli spingesse i personaggi a vivere tutto più forte.


Rispetto a Uvaspina, qui Monica Acito spinge ancora oltre questa ricerca: se nel romanzo precedente c’era già un’intuizione potente, in Carità carnale quella voce si fa più consapevole, più coraggiosa, più disposta a rischiare. E il risultato è una scrittura che non si limita a raccontare una storia, ma interroga chi legge, lo mette in crisi, lo costringe a confrontarsi con ciò che di più intimo — e spesso indicibile — portiamo dentro. Un libro che non si lascia consumare facilmente, ma che continua a lavorarti dentro anche dopo aver chiuso l’ultima pagina. Già con Uvaspina nel 2023 avevo percepito qualcosa di raro nella sua scrittura, ma qui l'autrice affonda ancora di più: sembra attraversare la superficie delle cose per arrivare a un nucleo antico, viscerale, quasi primordiale. Leggerla è come essere messi di fronte a una verità che non sapevamo di conoscere, eppure ci appartiene da sempre.


È un romanzo che insiste, che scava, che continua a operare anche dopo la lettura — e che conferma Monica Acito come un’autrice capace di interrogare, con radicalità e precisione, le zone più intime e contraddittorie dell’esistenza.


Monica Acito (1993) è cresciuta in Cilento, tra le gole del Calore e i templi di Paestum. Ha iniziato a scrivere da bambina e fin dall’adolescenza ha collaborato con testate cartacee e online. Dopo la maturità classica si è trasferita nel centro storico di Napoli, tra Forcella e Mezzocannone, e si è specializzata in Filologia moderna presso l’Università Federico II. Nel 2019 è approdata a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden. Nel 2021 ha vinto, tra gli altri, il Premio Calvino per la narrativa breve e i suoi racconti sono stati pubblicati su numerose riviste letterarie. È docente di discipline umanistiche presso la scuola secondaria di primo e secondo grado.




Commenti


bottom of page