• Giusy Laganà

L'avversione di Tonino per i ceci e i polacchi - di Giovanni Di Marco, l'infanzia negata di Tonino



L’esordio di Giovanni Di Marco, giornalista e appassionato di letteratura, è potente, sorprende fin dall’incipit che cattura e coinvolge fino all’ultima pagina.

“L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi” è uno di quei libri che non si vorrebbe mai terminare e che, una volta finito, si prova nostalgia per i personaggi e il calore che è stato capace di trasmettere.

Quando avviene questo, anche se oggi molto raramente, significa prima di tutto che non si tratta di un’opera costruita a tavolino dalle realtà editoriali per vendere, bensì è il frutto di tanto lavoro da parte dell’autore per raccontare ed emozionare.


La storia è una narrazione delicata di abbandoni e abbandonati, di un dolore ampio che aumenta per tutto il tempo del libro, fino a implodere in tutto quello che il protagonista, Tonino, non avrebbe mai voluto compiere.

Il libro si apre con la morte della madre di Tonino e nel giorno del suo funerale, il dolore inizia a scavare una ferita profonda fino ad arrivare alle viscere dell’uomo che è costretto a diventare.

La messa per la madre viene annullata perché si scopre del tentato omicidio al Papa Karol Wojtyla. Il paesino dell’entroterra siciliano reagisce con stupore fino a dimenticare la morte della giovane donna. La confusione di quel giorno annienta Tonino che non comprende la cattiveria e la superficialità del mondo degli adulti, intuito come ingiusto e lontano. La rabbia per la perdita prematura della madre lo trasforma, giorno dopo giorno, e scalfisce nell’animo di Tonino la perdita della sua innocenza. Il dolore diventa un mostro troppo pesante da digerire per un bambino così piccolo lasciato solo nella sua emotività compromessa.

“Avevo poco più di sette anni quando è morta mia madre. Non saprei dire chi mi portò la notizia, né come mi venne data. La dinamica di quella giornata che ha stravolto la mia esistenza è avvolta nel mistero. Del giorno del suo funerale, invece, la mia mente ha conservato ogni dettaglio. Ricordo la mattinata trascorsa a casa di Tania, in un silenzio triste, quasi irreale; il lungo corteo funebre verso la chiesa madre; le nuvole bianche e gonfie che si stagliavano all’orizzonte; l’odore nauseabondo dei crisantemi”.

Nel dolore immenso di chi patisce una evidente carenza affettiva, le figure dei famigliari rimangono quasi al margine della narrazione. Il padre deve occuparsi della sorella di Tonino, affetta da una grave depressione per il lutto e per le cure obbligate al fratellino più piccolo in fasce, denominato da Tonino l’Ammazzatore. Lui invece viene trasferito nella casa della zia Nunzia.

Quasi immediatamente di lui si accorge Padre Alfio coinvolgendolo nella vita attiva della Chiesa con la promessa di figurine per l’album Panini per avere attenzioni e contatti non desiderati che diventano sempre più oppressivi e molesti.

Gli abusi che Tonino subisce vengono giustificati dal parroco in nome del volere delle sacre scritture e, con la scusa di una malattia da far uscire, lo costringono a violenze fisiche che non verranno mai dimenticate.

"Non mi capiva nessuno. Non mi avrebbe capito nessuno, neppure Tania. Così pensavo allora. E a colpevolizzarmi bastavo io. Mi sarei tagliato le vene se fosse servito a far vedere al resto del mondo che cosa provavo. Arrivai a immaginare che Dio ce l'avesse con me, chissà per quale motivo, e che mi puniva attraverso le grinfie di Padre Alfio".

Le cicatrici indelebili che segnano Tonino attuano una metamorfosi che, solo in parte, la vicina di casa Tania riesce a rallentare. Diventa un ragazzino violento, da vittima si trasforma in carnefice. La sua iniziale innocenza viene smarrita a causa di una comunicazione assente con il mondo degli adulti troppo presi da credenze popolari e modi fare comuni che hanno segnato l’Italia degli anni Settanta e Ottanta.


In suo aiuto, accorre colei che diventa la sua seconda madre e di cui Tonino è segretamente innamorato fin da piccolo. Tania è giovane e bella, italo tedesca, mal vista in paese perché ritenuta troppo all’avanguardia e progressista. La nomea che la precede la descrive come una donna di facili costumi. Tania si dimostra salvifica nei confronti di Tonino, in primis nei comportamenti molesti di Padre Alfio. In numerose occasioni arriverà in aiuto per salvarlo ed essere una presenza affettiva fissa e amorevole. Le cicatrici che colpiranno Tonino saranno molte, a partire dalle perdite involontarie che avverranno sotto la sua responsabilità.

"Le cicatrici sono segni indelebili impressi sulle mie ossa. Il senso di colpa mi abita, mi deteriora. Dentro di me, il passato non è mai passato del tutto".

Ma quello che scalfisce oggi, lascia un segno domani. Tonino diventerà tutto il contrario del bambino docile e mansueto, tutta la sua rabbia finirà per implodere e uscire senza mezze misure, proprio come quella malattia del parroco che lo aveva sconvolto nell’infanzia.

Parlare di abuso non è mai facile, iniziare una lettura quando non comincia per caso rende tutto molto più difficile. Con l’esordio di Giovanni Di Marco tutto questo non succede. La sua scrittura è magistrale, curata e asciutta. Giovanni Di Marco, giornalista e lettore, pesa ogni parola collocandola al posto giusto tanto da non subire un editing rivoluzionario da parte della casa editrice.

La storia, su cui ha lavorato tanto, non è autobiografica ma frutto dell’immaginazione e, un sorprendente dettaglio celato all’inizio del libro, svela qualcosa in più sul finale aperto della vicenda.

“L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi” è uno dei libri più belli letti nell’ultimo anno. Genuino e geniale, è una lettura delicata ed emotiva capace di arrivare come miele nei punti che più fanno male a una società sporca dove fin troppo spesso, i bambini o gli adulti, nell’ambito ecclesiastico e no, sono vittime delle ossessioni altrui. Giovanni Di Marco, si afferma non come esordiente,ma come un grande autore capace di raggiungere l’obbiettivo di un libro: sprigionare luce anche nel buio assoluto.