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  • Giusy Laganà

Una vita come tante - di Hanya Yanagihara, proprio come tante!


"Una relazione non può mai darti tutto ciò di cui hai bisogno. Può darti qualcosa. Di tutte le cose che puoi volere da una persona – l’alchimia sessuale, diciamo, o una conversazione brillante, un sostegno economico, compatibilità intellettuale, gentilezza, lealtà – puoi sceglierne al massimo tre. Tre, capisci? Forse quattro, se sei molto fortunata. Il resto devi cercarlo altrove. Solo nei film puoi trovare una persona che ti dia tutto ciò di cui hai bisogno. Ma qui non siamo al cinema. Nel mondo reale, devi scegliere quali sono le tre qualità con le quali vuoi trascorrere la tua vita, dopodiché puoi cominciare a cercarle. La vita è così. Non ti rendi conto che stai per cadere in una trappola? Se continui a pretendere di trovare tutto, finirai per rimanere senza niente."


Diciamo che finalmente ho trovato la forza, in termini di energia e ispirazione, per parlare di questa lunga lettura di cui ho veramente poco da dire. Insomma, da anni ho sempre sentito parlare benissimo di questo libro, come se fosse un capolavoro inestimabile da leggere assolutamente. Niente affatto di tutto questo, perlomeno per me. Ho deciso di postare come frase introduttiva proprio quella riportata sopra per trasmettere tutti i dubbi che mi hanno fatto compagnia durante questa agonizzante esperienza. Perché dovrei "accontentarmi" come suggerisce l'autrice?

Definito un successo mondiale, vincitore di premi, considerato come uno dei migliori libri per il New York Times, The Guardian, The Wall Street Journal, The Times, Huffington Post, a me invece non é proprio piaciuto.


Se parliamo di architettura narrativa, sicuramente riconosco il merito di aver costruito un labirinto, una costruzione, mattoncino dopo mattonicino, parecchio complessa. L'autrice é bravissima nel reggere la storia e mandarla avanti. Ma per il resto? I dialoghi sono noiosissimi, uno scambio di domande che vanno a irrobustire la pesantezza e poi, a mio parere, sono veramente banali. Trasformano il romanzo in una vera e propria "americanata": come stai Jude? Bene? No, sto male. Ah si, stai male? Si, sto male. Ah cavoli stai male? E basta a una certa, si rischia di impazzire!


Purtroppo non sono riuscita a entrare in empatia con il dolore di Jude che dovrebbe diventare dolore anche per il lettore. L'incapacità, in età adulta, di liberarsi dai rapporti violenti é il nucleo intorno a cui gira la sua vita e il messaggio caldo che a me é arrivato solo di riflesso.


Mi aspettavo un libro coinvolgente, emozioni forti e intense, invece nulla di tutto questo. L'inettitudine domina tutto il portentoso romanzo. Il tema centrale é la malattia mentale (argomento a cui sono molto affezionata), ma perché trattarlo in questo modo? Perché non fare nulla per il protagonista, Jude, circondato dai personaggi centrali che per lui fanno ben poco? Nel romanzo si parla diffusamente di pedofilia, abusi sui bambini, violenze di vario tipo. Un motivo ricorrente è la pratica di tagliarsi. Le malattie di Jude sono a tratti descritte nei particolari più grafici. Il trauma che ha vissuto lo ha cambiato per sempre. Il problema centrale é che manca l'azione per arrivare ad aiutare Jude, per risollevarlo e magari risolvere anche solo una minuscola particella della sua ferita. Invece, non succede.


"Ora, però, a quarant’anni quasi compiuti, vedeva le relazioni sentimentali come specchi dei desideri più profondi e inespressi delle persone, come se tutte le loro speranze e tutte le loro insicurezze assumessero la forma fisica di chi avevano accanto. Guardava le coppie – nei ristoranti, per strada, alle feste – e si domandava: Perché state insieme? Qual è la cosa che vi manca, e che cercate di trovare nell’altro? Ai suoi occhi, ora, le relazioni felici erano quelle nelle quali entrambi i partecipanti avevano individuato il meglio che il compagno poteva offrire loro, e avevano scelto di farne tesoro"


Anche con questa citazione si torna a fare quasi un calcolo matematico su quello che possiamo dare e ricevere dall'altro per essere felici. Visto come un romanzo ottocentesco, brutale e moderno, é considerato un libro avvincente per la sua forza narrativa. Io, al contrario, volevo lanciarlo fuori dalla finestra con il rischio di poter fare male o danno a qualcuno.


Mi spiace molto, alzo le mani in alto e mi dichiaro totalmente delusa da questo libro che non consiglio affatto e che mi ha annoiata a morte. I romanzi ipnotici sono altri. Per di più, non fare nulla sul tema legato alla salute mentale ti fa i******e ancora di più.

Hanya Yanagihara, scrittrice statunitense di origini hawaiane, ha pubblicato il suo primo romanzo, The People in the Trees, nel 2013. Ha scritto di viaggi per Traveler e collabora con il «New York Times Style Magazine». Una vita come tante, il suo secondo romanzo uscito nel marzo 2015, è stato un successo mondiale, vincitore del Kirkus Prize, finalista al National Book Award e al Booker Prize, tra i migliori libri dell’anno per il «New York Times», «The Guardian», «The Wall Street Journal», «Huffington Post», «The Times». In Italia è stato pubblicato da Sellerio nel 2017. Nel 2020 viene pubblicato da Feltrinelli Il popolo degli alberi e nel 2022 Verso il paradiso.

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