Quando la giovinezza finisce (ma non davvero) - La vita giovane di Mattia Insolia
- Giusy Laganà

- 11 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min

Ci sono libri che raccontano una storia, e poi ci sono libri che riescono a catturare una stagione della vita. La vita giovane di Mattia Insolia appartiene decisamente alla seconda categoria. Questo romanzo parla di giovinezza, ma non quella idealizzata o nostalgica. Qui la giovinezza è fragile, inquieta, piena di slanci e allo stesso tempo di smarrimento. I personaggi si muovono tra amicizie, desideri, paure e sogni con quella confusione autentica che spesso accompagna i primi veri confronti con il mondo adulto. Lontano da ogni idealizzazione, viene descritta una generazione sospesa tra slanci e smarrimento, tra il desiderio di restare giovani e la necessità di crescere.
Al centro della storia c’è un gruppo di amici legati dagli anni del liceo, un tempo condiviso che rappresenta il loro punto di origine emotivo. Il romanzo si muove tra passato e presente: da un lato i ricordi dell’adolescenza — le amicizie totalizzanti, le prime relazioni, le ambizioni ancora indistinte — dall’altro il presente, in cui quei legami si sono trasformati, incrinati o, in alcuni casi, persi. Non c’è una trama costruita su eventi eclatanti, ma un intreccio fatto di ritorni, distanze e riavvicinamenti, in cui ogni personaggio affronta a modo proprio il passaggio all’età adulta.
«Non ci si perde mai davvero di colpo: ci si allontana poco alla volta»
Con La vita giovane, Mattia Insolia compie un passo ulteriore nel proprio percorso narrativo, consolidando alcune caratteristiche della sua scrittura ma mostrando anche un’evoluzione significativa rispetto ai romanzi precedenti. Già in Gli affamati, il suo esordio, si intravedeva una cifra stilistica precisa: una scrittura asciutta, controllata, quasi chirurgica nel restituire il disagio dei personaggi e la violenza latente delle relazioni. Anche in Cieli in fiamme Insolia continuava a lavorare su personaggi giovani e inquieti, ma ampliando leggermente il respiro narrativo e lasciando emergere con maggiore evidenza la dimensione emotiva dei protagonisti.
La vita giovane, invece, sembra segnare un cambio di passo. La scrittura resta riconoscibile — sempre precisa, mai ridondante — ma appare più distesa, più capace di soffermarsi sulle sfumature delle relazioni e sul tempo che passa. Non c’è più soltanto l’urgenza di raccontare il disagio o la rabbia: c’è anche una riflessione malinconica sulla memoria, sulla perdita dell’adolescenza e sul momento in cui ci si accorge che alcune possibilità sono ormai chiuse per sempre.
Nel libro la giovinezza appare come uno spazio sospeso: un periodo in cui tutto sembra ancora aperto, ma in cui allo stesso tempo si cominciano già ad avvertire i primi segni della perdita, delle scelte irreversibili e delle strade che si chiudono. Il messaggio del romanzo sembra proprio ruotare attorno a questa consapevolezza: la giovinezza non è solo un momento di possibilità, ma anche il tempo in cui si formano le crepe che accompagneranno la vita adulta. Le amicizie, gli amori, le ambizioni e le paure dei protagonisti non restano confinati in una stagione della vita, ma continuano a influenzare il loro modo di guardare il mondo anche negli anni successivi.
In questo senso, il libro parla molto della memoria e del modo in cui rileggiamo il nostro passato. Il ritorno ai ricordi dell’adolescenza non ha un tono nostalgico o idealizzato: piuttosto, è un tentativo di capire quando e come certe dinamiche si sono create, quando alcune relazioni hanno iniziato a cambiare e quando si è perso quel senso di possibilità infinita che caratterizza gli anni più giovani.
Il romanzo suggerisce così che diventare adulti significa anche accettare una certa dose di disillusione. Non tutte le promesse della giovinezza si realizzano, e non tutte le amicizie o gli amori sopravvivono al passare del tempo. Tuttavia, proprio in questa consapevolezza si trova anche una forma di maturità: la capacità di guardare indietro senza idealizzare, ma riconoscendo quanto quelle esperienze abbiano contribuito a costruire ciò che siamo diventati.
La vita giovane sembra dirci che la giovinezza non scompare davvero: continua a vivere nei ricordi, nelle ferite e nelle scelte che ci portiamo dietro negli anni. Ciò che colpisce è il modo in cui i personaggi sembrano rimanere in bilico tra due momenti della vita. Da un lato c’è ancora l’eco dell’adolescenza, con la sua intensità emotiva e la sua capacità di trasformare ogni esperienza in qualcosa di assoluto; dall’altro c’è l’ingresso, spesso faticoso, nella vita adulta, dove le relazioni diventano più complesse e le scelte iniziano a pesare davvero.
Insolia riesce a raccontare molto dei suoi personaggi anche attraverso ciò che rimane implicito: silenzi, gesti minimi, incomprensioni mai del tutto chiarite. Le amicizie, in particolare, sono rappresentate con grande realismo. Non sono rapporti statici o immutabili, ma legami che cambiano nel tempo, attraversati da rivalità sottili, momenti di distanza e tentativi di ritrovarsi. Il gruppo di amici che attraversa il romanzo diventa quasi un piccolo laboratorio emotivo: attraverso di loro si osserva come il passare degli anni modifichi gli equilibri, come alcune persone restino ancorate al passato mentre altre provano a reinventarsi. Ogni personaggio sembra incarnare una possibile risposta alla stessa domanda implicita del libro: cosa resta davvero della nostra giovinezza quando iniziamo a lasciarcela alle spalle? Proprio questa coralità rende il romanzo particolarmente efficace. Nessuno dei protagonisti esaurisce il senso della storia da solo; è piuttosto nel loro intreccio, nelle loro differenze e nei loro allontanamenti che emerge il ritratto più ampio di una generazione sospesa tra il desiderio di restare giovani e la necessità di crescere.
Dal punto di vista stilistico, il romanzo alterna con efficacia il presente e il passato, ricostruendo la storia di un gruppo di amici attraverso continui ritorni alla stagione del liceo. Questo movimento temporale permette a Insolia di lavorare su uno dei suoi temi più forti: la distanza tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati. Il risultato è un racconto che non procede tanto per colpi di scena quanto per stratificazione emotiva.
Rispetto ai libri precedenti, colpisce soprattutto la maggiore attenzione alla coralità. Se nei primi romanzi l’attenzione era concentrata soprattutto su singoli personaggi e sul loro conflitto interiore, qui il gruppo diventa il vero organismo narrativo. Le dinamiche tra amici, gli equilibri affettivi, le incomprensioni accumulate negli anni costituiscono la materia più interessante del libro.
Ciò che mi ha colpito di più è la capacità dell’autore di restituire emozioni molto intime con una scrittura delicata e precisa. Non ci sono effetti spettacolari: sono i piccoli momenti, i silenzi, gli sguardi e le esitazioni a costruire il cuore del racconto. La vita giovane diventa così un romanzo sulla fine delle possibilità infinite e sull’inizio delle scelte irreversibili. E suggerisce, con delicatezza, che la giovinezza non scompare davvero: continua a vivere nei ricordi, nelle ferite e in ciò che siamo diventati.
Mattia Insolia è nato a Catania nel 1995, oggi vive a Milano. Ha scritto racconti per diverse antologie, tra cui “Un piccolo incendio”, incluso nella raccolta Data di nascita curata da Teresa Ciabatti per Solferino. Collabora con “Domani”, “D” e “U” di “Repubblica” e “L’Espresso”, ed è editor per Nutrimenti. Ha scritto due romanzi: Gli affamati, pubblicato nel 2020 da Ponte alle Grazie, e Cieli in fiamme (Mondadori, 2023), vincitore del premio Comisso Under 35. Entrambi sono stati tradotti in Germania.





Commenti