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Braccata di Marina Di Guardo - Un viaggio nella paura che nasce dalle relazioni


Braccata (Mondadori) è uno di quei libri che non si leggono: si attraversano. Marina Di Guardo costruisce un thriller psicologico che ti avvolge lentamente, stringendo la presa pagina dopo pagina, fino a rendere impossibile smettere di leggere.


La tensione è costante, mai urlata, ma insinuante. È una paura sottile, che nasce dall’idea che il pericolo non sia sempre lontano o riconoscibile, ma possa nascondersi nelle relazioni, nei legami, nelle scelte quotidiane. I personaggi sono credibili, complessi, profondamente umani, e proprio per questo fanno male quando sbagliano, quando cadono, quando si ritrovano intrappolati.


In Braccata, Marina Di Guardo accompagna il lettore in un territorio narrativo dove il pericolo non è mai dichiarato apertamente, ma si insinua lentamente, come una presenza costante e invisibile. Il romanzo si muove nel solco del thriller psicologico, ma lo supera, trasformandosi in un’indagine profonda sulle dinamiche di potere, controllo e vulnerabilità emotiva.


I protagonisti di Braccata non sono eroi né figure estreme: sono persone comuni, immerse in relazioni riconoscibili e proprio per questo inquietanti. Marina Di Guardo lavora con grande attenzione sull’interiorità, mostrando come il confine tra amore e ossessione, protezione e controllo, possa diventare pericolosamente sottile. È qui che il romanzo colpisce più a fondo: il lettore è portato a interrogarsi, a riconoscere segnali, dinamiche, fragilità che appartengono non solo alla finzione narrativa, ma alla realtà quotidiana. Braccata diventa così uno specchio, a tratti scomodo, delle relazioni contemporanee.


La vicenda si costruisce attorno a un senso costante di minaccia. Fin dalle prime pagine, il lettore avverte che qualcosa sta per accadere – o forse è già accaduto – e che le certezze dei personaggi sono destinate a sgretolarsi. La storia si sviluppa come una fuga, ma non solo nello spazio: è soprattutto una fuga psicologica, emotiva, fatta di tentativi di salvezza e di continue rinegoziazioni della propria identità.


Marina Di Guardo sceglie di non puntare su un’azione frenetica, ma su una narrazione che procede per sottrazione, lasciando emergere il pericolo attraverso gesti, parole, silenzi. L’inseguimento non è sempre visibile, ma è percepibile, e questo rende la tensione ancora più disturbante. Il lettore si ritrova a condividere lo stato d’allerta dei personaggi, costretto a dubitare, a leggere tra le righe, a interrogarsi sulle reali intenzioni di chi sembra offrire protezione.


La storia mette al centro la fragilità umana: quella che nasce dalla solitudine, dal bisogno di essere visti, dall’illusione di potersi fidare. I legami che si formano lungo il percorso narrativo non sono mai semplici; ogni relazione porta con sé una zona d’ombra, un potenziale rischio. È proprio questa ambiguità a rendere Braccata un romanzo profondamente contemporaneo. L’autrice costruisce l’intreccio come una rete che lentamente si stringe. Ogni scelta sembra condurre verso una possibile via di fuga, ma allo stesso tempo avvicina a un nuovo pericolo. La sensazione è quella di un equilibrio precario, in cui la salvezza non è mai definitiva e la minaccia non ha un volto unico e riconoscibile.


La forza del libro risiede nella costruzione della tensione: non ci sono accelerazioni improvvise o colpi di scena gratuiti, ma un crescendo continuo che stringe il lettore in una morsa silenziosa. La sensazione di essere “braccati” non appartiene solo ai personaggi, ma diventa esperienza condivisa, emotiva, quasi fisica.


Lo stile di Marina Di Guardo è diretto ma evocativo. La scrittura non cerca l’eccesso, ma punta all’essenzialità, lasciando spazio alle emozioni e al non detto. L’atmosfera è cupa, tesa, costruita attraverso dettagli psicologici più che descrizioni esplicite della violenza o della paura. Questo approccio rende la lettura particolarmente coinvolgente: il vero thriller si svolge nella mente dei personaggi – e del lettore – dove l’angoscia cresce in modo progressivo e inesorabile.


Braccata gioca continuamente sul confine tra realtà e percezione: ciò che è davvero pericoloso non è sempre ciò che appare tale. La storia invita il lettore a restare vigile, a non fidarsi delle prime impressioni, a riconoscere che il vero inseguimento può avvenire anche dentro di sé.


C’è poi un livello di lettura più sottile, che resta sullo sfondo ma contribuisce ad amplificare il senso di inquietudine: quello dell’esposizione pubblica e del giudizio collettivo. In Braccata, il sentirsi osservati, inseguiti, privati di uno spazio sicuro non riguarda solo la dimensione privata, ma richiama una pressione più ampia, quasi sociale. È difficile non cogliere, tra le righe, una riflessione sul peso dello sguardo esterno, sulla violenza silenziosa dell’attenzione costante, sulla perdita di controllo della propria narrazione. Una braccata che non ha bisogno di carnefici visibili, ma che si alimenta di voci, interpretazioni, aspettative. Un tema profondamente contemporaneo, che rende il romanzo ancora più aderente al nostro tempo.


Letto anche alla luce del contesto pubblico in cui vive la stessa autrice, Braccata assume un’ulteriore risonanza. Il senso di accerchiamento, di esposizione forzata, di identità costantemente messa sotto processo richiama inevitabilmente il rapporto complesso tra individuo e mass media. Senza mai trasformarsi in un romanzo “a tesi”, la storia sembra interrogarsi su cosa significhi essere osservati, raccontati, giudicati da una folla invisibile ma onnipresente. La braccata, allora, non è solo fisica o psicologica: è anche simbolica, legata alla perdita di intimità e alla difficoltà di sottrarsi a uno sguardo che non concede tregua.


Ciò che colpisce di più è la capacità dell’autrice di entrare nella mente dei protagonisti, mostrando quanto fragile possa essere il confine tra fiducia e manipolazione, tra amore e controllo. Braccata non è solo un thriller: è una riflessione inquietante sulla vulnerabilità, sulla paura e sulla forza necessaria per sopravvivere. Un libro che ti tiene con il fiato sospeso fino all’ultima pagina e che, una volta chiuso, continua a farsi sentire. Una lettura intensa, disturbante al punto giusto, assolutamente consigliata a chi ama i thriller psicologici che lasciano il segno. Un thriller psicologico che lascia il segno, capace di intrattenere e allo stesso tempo di porre domande scomode. Una lettura consigliata a chi cerca storie che non si limitano a raccontare, ma che mettono in discussione.


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