Quando l’orizzonte si curva: viaggio nell’adolescenza di Leda-di Michele Del Vecchio
- Giusy Laganà

- 11 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min

Ho iniziato La curvatura dell’orizzonte di Michele Del Vecchio in una sera silenziosa, senza aspettarmi di essere travolta. Pensavo sarebbe stata una lettura intensa, sì, ma non immaginavo quanto mi avrebbe fatto restare sospesa, pagina dopo pagina.
La voce di Leda arriva subito, diretta, senza chiedere permesso. È giovane, ma ha dentro un’inquietudine antica, quasi primitiva. Non è un’adolescente raccontata con nostalgia o indulgenza: è viva, contraddittoria, impulsiva. Ed è proprio questa verità, a tratti scomoda, che mi ha conquistata. Ho sentito la sua solitudine, la sua rabbia, il suo desiderio di rompere gli equilibri, di capire chi è e dove sta andando. Mi ha ricordato, per intensità e profondità, alcune voci femminili della narrativa contemporanea europea, come quelle di Elena Ferrante o di Annie Ernaux, capaci di sondare con coraggio l’interiorità dei loro personaggi.
La storia segue Leda durante un’estate decisiva sull’isola in cui vive. Tra incontri enigmatici e amicizie che si intrecciano con segreti, la protagonista esplora i limiti della libertà, l’intensità dei sentimenti e il peso delle scelte. La sua vita quotidiana – le passeggiate sulla spiaggia, le esplorazioni dei luoghi nascosti dell’isola, le conversazioni con adulti e coetanei – diventa il terreno di una crescita personale che non risparmia dubbi e conflitti. È una narrazione che mescola il ritmo del racconto di formazione con la suspense di piccoli misteri che si svelano lentamente, tenendo il lettore costantemente in equilibrio tra curiosità e introspezione.
L’isola in cui si muove non è solo un luogo geografico: è uno spazio dell’anima. Selvaggia, luminosa, piena di silenzi e presagi. C’è qualcosa di mitico nell’aria che si respira tra le pagine, come se ogni gesto avesse un peso simbolico, come se crescere fosse un rito di passaggio antico e inevitabile. Il mare diventa confine e promessa insieme, paura e libertà.
La scrittura di Michele Del Vecchio è intensa, a tratti tagliente, ma sempre profondamente sensibile. Non protegge il lettore, non smussa i conflitti. Li lascia accadere. E proprio per questo risultano autentici. Il romanzo parla di identità, di desiderio, di scelte che cambiano direzione alla vita. Di quell’orizzonte che, a un certo punto, si curva e ci obbliga a rimettere tutto in discussione.
Mi ha colpita la delicatezza con cui viene raccontato il desiderio di essere riconosciuti. Di trovare il proprio posto nel mondo senza tradire ciò che si è. È un libro che non offre risposte semplici, ma apre domande profonde. E forse è proprio questo il suo valore più grande. Ho chiuso l’ultima pagina lentamente, quasi con riluttanza. Avevo bisogno di silenzio. Perché alcune storie non si esauriscono nella lettura: continuano a risuonare dentro, come un’eco.
Dal punto di vista letterario, Michele Del Vecchio mostra una maturità stilistica notevole: alterna momenti di prosa poetica a passaggi più crudi e diretti, riuscendo a trasmettere tensione emotiva senza scadere in retorica. La costruzione dei personaggi è credibile e multilivello: ogni figura, anche secondaria, ha uno spessore psicologico che contribuisce a rendere l’universo narrativo coerente e vivido. L’uso di simboli — il mare, l’isola, gli oggetti quotidiani — arricchisce il racconto di valenze archetipiche, trasformando la vicenda di Leda in una vera esperienza universale sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza e alla consapevolezza di sé.
Lo consiglio a chi ama i romanzi di formazione intensi e non convenzionali. A chi cerca storie capaci di esplorare le zone più fragili e potenti dell’adolescenza. A chi non ha paura di letture emotivamente forti. E a chi, almeno una volta, ha sentito l’orizzonte cambiare forma davanti ai propri occhi. Non offre risposte semplici, ma apre domande profonde, ricordando quel senso di straniamento e meraviglia che troviamo nei romanzi di formazione classici, da Il giovane Holden di J.D. Salinger fino a Norwegian Wood di Haruki Murakami.
Ho chiuso l’ultima pagina lentamente, quasi con riluttanza. Avevo bisogno di silenzio. Perché alcune storie non si esauriscono nella lettura: continuano a risuonare dentro, come un’eco.
Michele Del Vecchio è nato a Palermo nel 1994. Ha trascorso l’infanzia su un’isola, per poi trasferirsi in Molise. Oggi vive a Torino, e insegna Lettere al liceo. Dal 2012 cura il blog letterario Diario di una dipendenza. Con questo romanzo, il suo esordio, è stato finalista nella Sezione Giovani del Premio Neri Pozza 2021.





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