L’arte di dire l’assenza: la scrittura sottile di Alina Bei
- Giusy Laganà

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 4 min

Leggere Una delicata collezione di assenze di Alina Bei significa confrontarsi con una forma di scrittura che sfugge alle logiche più convenzionali della narrazione. Da lettrice appassionata, ciò che mi ha maggiormente colpito non è tanto la trama in sé, quanto il modo in cui viene costruita: per sottrazione, per ellissi, per frammenti che chiedono di essere ricomposti con attenzione.
Alina Bei adotta uno stile che potremmo definire “minimalista emotivo”, avvicinandosi, per sensibilità e intenzione, a certe scritture dell’intimità come quelle di Annie Ernaux o, per la capacità di lavorare sui silenzi, a Natalia Ginzburg. Tuttavia, la sua voce resta autonoma: meno dichiaratamente autobiografica della prima, meno narrativa della seconda, ma profondamente radicata in una dimensione interiore che si costruisce attraverso omissioni e risonanze. Il libro si muove attorno a una dimensione intima e riflessiva, in cui la protagonista — e con lei le figure che la circondano — attraversa esperienze legate alla perdita, alla memoria e alle relazioni affettive. Non si tratta di una trama lineare o fortemente strutturata: gli eventi emergono per accenni, spesso più suggeriti che esplicitati, come se fossero ricordi che affiorano in modo discontinuo. Più che raccontare una storia nel senso tradizionale, Alina Bei costruisce una costellazione di momenti, legati tra loro da un filo emotivo sottile ma persistente.
Ogni parola è misurata, ogni immagine sembra scelta per evocare più che per descrivere. Non c’è mai un eccesso, né una spiegazione didascalica: la scrittura si fonda su un equilibrio sottile tra ciò che viene detto e ciò che resta implicito. È proprio in queste zone d’ombra che il testo acquista forza, perché costringe il lettore a partecipare attivamente, a riempire i vuoti, a interrogarsi.
"in tutti quegli anni, Filipa non aveva mai smesso di pregare per la figlia, di chiedere che stesse bene, e ora che è tornata a vivere con lei Filipa ha paura – ma di cosa? della dolcezza, della curiosità. del desiderio di entrare nella propria famiglia. dissolversi nella discreta tenerezza che sente, soprattutto per la ragazzina che dorme al suo fianco, ma anche per la figlia che dorme in salotto, e in fondo persino per la nipote.
dove sarà quella ragazza, Dio mio"
Un elemento che merita particolare attenzione è la costruzione dei personaggi femminili, tratteggiati da Alina Bei con una delicatezza che evita ogni stereotipo. Le donne del libro non sono mai figure pienamente definite o “risolte”: appaiono piuttosto in divenire, attraversate da fragilità, memorie e contraddizioni che le rendono profondamente credibili.
Ciò che colpisce è il modo in cui queste figure prendono forma più attraverso ciò che manca che attraverso ciò che viene esplicitamente raccontato. Le loro identità emergono per accenni, nei gesti quotidiani, nelle esitazioni, nei silenzi che abitano le relazioni. In questo senso, i personaggi femminili diventano il luogo privilegiato in cui si manifesta la poetica dell’assenza che attraversa l’intero libro.
Non c’è mai una volontà di idealizzazione: Alina Bei restituisce donne complesse, talvolta opache anche a sé stesse, segnate da rapporti familiari e affettivi che lasciano tracce sottili ma persistenti. Il loro vissuto emotivo non viene spiegato, ma suggerito, e proprio per questo risulta più autentico. È come se il lettore fosse chiamato non tanto a “capirle” fino in fondo, quanto ad avvicinarsi al loro modo di sentire. Le donne di Una delicata collezione di assenze non occupano la scena con gesti eclatanti, ma con una presenza discreta e persistente, che finisce per essere il vero centro emotivo della narrazione.
Dal punto di vista stilistico, colpisce anche il lavoro sul ritmo. Le frasi sono spesso brevi, sospese, attraversate da pause che non sono semplici interruzioni, ma veri e propri spazi di senso. Questa costruzione frammentaria non genera dispersione, bensì una coerenza interna sorprendente: ogni frammento contribuisce a delineare un universo emotivo compatto, in cui le assenze diventano elementi strutturali del racconto.
Un aspetto che ho trovato particolarmente significativo è il rapporto tra memoria e identità. La memoria, nel libro, non è mai stabile o rassicurante: è mobile, fragile, talvolta sfuggente. E la lingua segue questa instabilità, si fa rarefatta, quasi trattenuta, come se ogni frase fosse il tentativo di afferrare qualcosa destinato comunque a sfuggire.
Personalmente, questa lettura mi ha lasciato una sensazione di sospensione difficile da definire, come accade con quei libri che non cercano di “chiudersi” ma di restare aperti dentro chi legge. Non è un testo che emoziona in modo immediato o evidente; piuttosto, lavora in profondità, sedimenta lentamente. Mi sono ritrovata a ripensarci a distanza di giorni, soprattutto per quella capacità rara di dare forma a ciò che di solito resta inesprimibile.
Questo approccio può risultare spiazzante per chi è abituato a narrazioni più lineari o esplicative, ma rappresenta al contempo il punto di forza del libro. Una delicata collezione di assenze non offre risposte, né cerca di guidare il lettore in modo rassicurante: chiede invece un coinvolgimento attivo, una disponibilità a sostare nell’incertezza. Alina Bei si conferma un’autrice capace di costruire una poetica riconoscibile, in cui la scrittura non è solo un mezzo, ma il vero luogo della narrazione. È lì, nelle pieghe della lingua e nei silenzi che la attraversano, che il libro trova la sua identità più profonda.
Alina Bei è nata a San Paolo nel 1987. È laureata in Lettere presso la Pontifícia Universidade Católica de São Paulo (PUC-SP) e in Arti sceniche presso il Célia Helena Centro de Artes e Educação, e ha conseguito una specializzazione in scritture performative alla PUC-Rio. È autrice dei romanzi O peso do pássaro morto, vincitore del Premio São Paulo de Literatura (2017) e del Premio Toca; Pequena coreografia do adeus, finalista del Premio Jabuti (2022); e Una delicata collezione di assenze (2025).





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