Ed è un poco la notte e un poco l’alba: quando la storia diventa memoria, dolore e possibilità di rinascita
- Giusy Laganà

- 21 ore fa
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Con Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Ilaria Tuti affronta una pagina della storia del Novecento tanto drammatica quanto poco raccontata, riportando alla luce la vicenda della Zona libera della Carnia e l’arrivo dei cosacchi alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma il romanzo non si limita a ricostruire un episodio storico: attraverso la voce di Serafina, Tuti trasforma la storia collettiva in una vicenda profondamente personale, fatta di paura, perdita, resistenza e, soprattutto, di umanità. Fin dalle prime pagine si avverte che qualcosa sta per cambiare. L'avvertimento di Geremia — «Scappa, Serafina» — introduce immediatamente un senso di inquietudine e di attesa. La guerra, fino a quel momento percepita come una presenza lontana, diventa improvvisamente concreta, invade le case, modifica gli equilibri, trasforma una terra conosciuta in uno spazio estraneo. È una trasformazione che non riguarda soltanto i luoghi, ma anche le persone: quando la storia irrompe nella quotidianità, nessuno può più rimanere quello che era.
Uno degli elementi più interessanti del romanzo è senza dubbio la figura di Serafina. La sua è una voce femminile che inizialmente sembra quasi appartenere alla dimensione dell'osservazione: guarda ciò che accade, raccoglie memorie, custodisce le storie e i respiri di chi l'ha preceduta. Ma proprio questa apparente marginalità si trasforma progressivamente in forza. Serafina è una donna che vive il confine non soltanto come condizione geografica, ma come dimensione esistenziale. È sospesa tra passato e futuro, tra paura e coraggio, tra il desiderio di proteggere ciò che conosce e la necessità di confrontarsi con ciò che arriva da fuori. La sua evoluzione è uno degli aspetti più riusciti del romanzo. L'immagine dell'ombra che deve diventare luce racchiude infatti il percorso di una donna che comprende di non poter più limitarsi a custodire la memoria: deve diventare parte attiva della storia. In questo senso, il romanzo è anche una riflessione sulla condizione femminile. Le donne di Tuti non sono semplici spettatrici della Storia scritta dagli uomini. Sono custodi, madri, testimoni, sopravvissute, ma anche individui capaci di scegliere e di agire. Attraverso Serafina e le figure femminili che la circondano, emerge una forma di resistenza che non coincide necessariamente con il gesto eroico, ma con la capacità quotidiana di proteggere la vita e continuare a costruire un futuro.
Particolarmente interessante è il modo in cui Ilaria Tuti affronta la presenza dei cosacchi. Sarebbe stato facile costruire una narrazione basata esclusivamente sulla contrapposizione tra “noi” e “loro”, tra chi invade e chi subisce. Il romanzo sceglie invece una strada più complessa. L'arrivo dei cosacchi porta violenza, paura, soprusi e distruzione. Le case vengono occupate, gli spazi quotidiani sconvolti e la popolazione costretta a confrontarsi con una presenza estranea e minacciosa. Eppure, all'interno di questo scenario terribile, Tuti lascia spazio anche alla curiosità, allo stupore e alla scoperta dell'altro. I cammelli che pascolano nei campi, le biciclette, le danze russe, le icone e i canti liturgici ortodossi diventano immagini quasi stranianti. Sono frammenti di una cultura che irrompe in un mondo già devastato dalla guerra e che, proprio per questo, non può essere ridotta alla sola dimensione del nemico. È una scelta narrativa importante perché introduce una riflessione sulla complessità dell'essere umano. La barbarie non cancella completamente l'umanità e l'incontro con l'altro, per quanto nato all'interno di uno scontro, può trasformarsi in conoscenza. Non significa dimenticare le violenze o giustificarle, ma riconoscere che dietro le categorie della Storia esistono sempre persone, con paure, desideri, contraddizioni e speranze.
La Carnia non è soltanto lo sfondo della vicenda: è una presenza costante, quasi un personaggio. La terra, i paesi, le case e i paesaggi assumono un valore simbolico perché sono il luogo in cui la memoria individuale si intreccia con quella collettiva. La bellezza della natura carnica entra in contrasto con la brutalità della guerra. È proprio questa contrapposizione a rendere ancora più dolorose alcune immagini del romanzo: una terra capace di offrire bellezza e protezione viene improvvisamente trasformata in un luogo di paura. Il confine, inoltre, assume un significato più ampio. Essere una terra di confine significa essere costantemente esposti all'arrivo dell'altro, alla contaminazione, al cambiamento. Ma significa anche avere la possibilità di conoscere mondi diversi. È una condizione ambivalente, che può generare timore ma anche apertura.
Uno dei temi centrali del romanzo è la memoria. Raccontare ciò che è accaduto significa impedire che il dolore venga cancellato. Ma la memoria, nelle pagine di Tuti, non è soltanto un archivio di sofferenze: è anche ciò che permette di comprendere il presente e di trasmettere alle generazioni successive una consapevolezza diversa. La scrittura assume così quasi una funzione testimoniale. Attraverso la voce di Serafina, ciò che potrebbe rimanere relegato ai margini della grande Storia torna a essere una storia viva, fatta di individui e di emozioni. Ed è forse proprio qui che il romanzo trova la sua dimensione più universale. Non racconta soltanto ciò che è successo in Carnia durante la guerra: parla di ciò che accade agli esseri umani quando il mondo che conoscono viene improvvisamente distrutto e sono costretti a ricostruirlo.
Il titolo del romanzo è una chiave di lettura fondamentale. La notte rappresenta naturalmente la guerra, la paura, la violenza e la perdita. L'alba, invece, non è una promessa facile di felicità, ma la possibilità concreta di ricominciare. Tuti non costruisce una speranza ingenua. Dopo una tragedia non si torna semplicemente alla vita di prima. Qualcosa è stato perduto e qualcosa è cambiato per sempre. Tuttavia, proprio dentro questa consapevolezza, resta la possibilità di andare avanti.
Ed è questo, forse, il messaggio più potente del libro: la sopravvivenza non consiste soltanto nel rimanere vivi, ma nel trovare la forza di immaginare ancora un futuro quando tutto sembra essere finito. La notte e l'alba, allora, non sono due momenti nettamente separati. Per gran parte del romanzo convivono. Nel buio possono comparire improvvisi lampi di bellezza; nella luce possono rimanere le ferite della notte. È questa ambivalenza a rendere la storia particolarmente autentica.
Ed è un poco la notte e un poco l'alba è, in definitiva, un romanzo sulla capacità dell'essere umano di resistere agli sconvolgimenti della Storia senza perdere completamente la propria umanità.
Ilaria Tuti parte da una vicenda storica e la trasforma in una riflessione più ampia sul rapporto tra memoria e identità, tra individuo e comunità, tra paura dell'altro e possibilità dell'incontro. La guerra rimane sullo sfondo come una forza devastante, ma al centro ci sono le persone: quelle che fuggono, quelle che restano, quelle che perdono tutto e quelle che, nonostante tutto, continuano a cercare un modo per ricominciare.
È un libro che lascia soprattutto una domanda: che cosa rimane dell'uomo quando tutto ciò che gli appartiene viene messo in discussione? La risposta di Tuti non passa attraverso grandi gesti eroici, ma attraverso la quotidianità, la memoria, la solidarietà e la capacità di riconoscere nell'altro qualcosa di noi stessi. Ed è proprio per questo che il romanzo, pur affondando le radici in un passato lontano, riesce a parlare anche al presente. Perché ci ricorda che la Storia non è fatta soltanto di date, battaglie e trattati: è fatta di case, di famiglie, di donne e uomini che hanno avuto paura, hanno perso, hanno resistito e, quando sembrava impossibile, hanno trovato comunque il modo di cercare l'alba.





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