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  • Giusy Laganà

Dio di Illusioni - di Donna Tartt. Perché non mi é piaciuto


Quando si definisce "capolavoro" il libro che ha reso Donna Tartt una celebrità a ventotto anni per cui i critici hanno gareggiato per trovare il maggior numero di superlativi, le aspettative per i lettori aumentano a dismisura.

Purtroppo, succede che tali aspettative non raggiungano l'hype sperato.

Un capolavoro, a mio parere, é un libro che ti sconvolge, ti emoziona, ti fa riflettere, ti motiva e spesso tende anche a distruggerti. Se devo leggere un'opera definita altissima al livello letterario, mi aspetto questo.


Tutto questo, personalmente parlando, non l'ho provato. Mentre per l'umanità intera Dio di Illusioni si afferma come un libro eterno e immortale, a me ha recato una costante sensazione di fastidio e repulsione. Pur riconoscendo il peso e il talento della scrittura dell'autrice - il libro é scritto divinamente - la storia mi appare, in termini contenutistici, quasi banale. Il gruppo di studenti del professore di greco antico Julian, per quanto affascinanti possano sembrare, mi appaiono poco costruiti in termini narrativi. L'unico, molto interessante, é Henry. Deludente invece é la voce narrante, quella d Richard, il protagonista che racconta la vicenda che ha caratterizzato gli anni universitari. Ci sono elementi che non tornano, in primis al livello caratteriale della sua personalità che sfiora la completa inettitudine. Il personaggio di Bunny, studente elitario scelto da Julian per studiare greco e far parte della sua super selezionata nicchia intellettuale, si comporta da ragazzo disfattista e poco incline allo studio. Ma come? Si racconta un gruppo prescelto di cinque studenti, prima dell'ingresso di Richard, come una micro società a cui potevano accedere solo pochissimi cervelloni e studiosi della lingua antica del greco quasi come veri talenti e luminari, per poi delineare un personaggio, quello di Edmund chiamato Bunny, come un perditempo poco incline allo studio.


Torniamo al protagonista, Richard. Finalmente, dopo una situazione famigliare di partenza poco borghese e sotto la media, riesce ad arrivare in un campus universitario grazie a una borsa di studio concessa in via straordinaria. Rimane "incantato" da questa elite di ragazzi che studia greco per poi non eccellere ma rimanere coinvolto nelle vicende private dei suoi compagni di corso. Perché? E' vero che non sempre si può essere razionali ma personalmente si delinea più come un ragazzo bisogno di amici e della loro accettazione che di una personalità ambiziosa che finalmente può raggiungere i suoi obbiettivi, e che per grazia, riesce poi ad ottenere.

La narrazione si svolge in prima persona anni dopo gli eventi accaduti, permettendo così alla voce narrante del protagonista di unire passato e presente in una precisa analisi di motivazioni e fatti che hanno condotto alla morte uno dei personaggi principali, punto focale della trama e vicenda con cui si apre l'incipit del romanzo.


Mi consola che, la pochissima percentuale di lettori che non lo hanno amato, come tutti gli altri, abbia provato la mia stessa sensazione costante di astio per personaggi monotoni che si divertono facendo del male al prossimo. Il livello di sadismo é massimo, e per quanto possa descrivere la generazione raccontata dalla Tartt, mi appare come una storia parecchio vecchia. Ritorna infatti il tema della "setta" fatta da ragazzi ricchi o apparentemente benestanti, che per raggiungere l'estasi sperano di vedere Dioniso.


Romanzo d'esordio della Tartt, è stato scritto nel periodo in cui frequentava l'università di Bennington, nel Vermont, a cui è ispirata l'ambientazione dell'Hampden College, scuola universitaria non lontano dalla città di Albany (Vermont).

In primis, é la storia di un'amicizia, quella che lega Richard agli altri componenti del gruppo di greco,che tra amore, follie e conflitto, si afferma come romanzo di formazione dopo una vita di eccessi, alcol, droghe e violenza.


Potete dire tutto quello che volete su questo libro, a me non é piaciuto.



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