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Fame - Intervista all'autrice Isabella Corrado. Quando la fame diventa ossessione per sopperire alle mancanze sociali?

 

 

Vi propongo di seguito una splendida e interessante intervista fatta a Isabella Corrado, autrice di "Fame" (Ensemble, 2019), redattrice, editor e  direttrice della Isabella Corrado Agenzia Letteraria.  Il suo libro racconta di una problematica assai diffusa: la fame. Non parliamo di problemi alimentari legati alla bulimia o anoressia. Parliamo di "fame" intesa come bisogno necessario per colmare l'insoddisfazione e l'inadeguatezza sociale che si trasforma in solitudine emotiva. Da qui inizia la storia di due giovani personaggi e del loro disagio individuale che diviene simbolo di un problema collettivo.

 

Da dove nasce l’idea del tuo romanzo?  Definito da Il Fatto Quotidiano una “terapia di gruppo per una generazione affamata”, quanto descrive il bisogno costante di riempire la quotidianità della generazione dei trentenni di oggi e quanto di quella che viene dopo?

 

Descrivere quello che mi sta intorno: è questo che faccio in genere quando scrivo. non nasce allora da un’idea, ma dalle tante voci che sentivo ogni giorno, ecco perché i personaggi mi sono venuti incontro senza forzature a Londra. All'inizio c’era Derek, era la sua storia; la storia di un ricco londinese di origini italiane, un inetto che inizia un percorso di ‘salvazione’, ritorno alle origini e ricerca di sé stesso come identità. Manuela era un personaggio secondario; poi è esplosa, si è fatta spazio da sola, è uscita in superficie in maniera autonoma e senza chiedere il permesso. Derek l’ho creato Manuela si è imposta e infine lei è diventata il personaggio forte che ha trascinato tutti nelle sue ricerche, anche me.

È vero che è stato definito da molti romanzo generazionale, i personaggi principali che parlano in prima persona appartengono infatti a una generazione ben precisa, in realtà il bisogno di riempirsi riguarda tutti, la dottoressa Rooper, Hamed, il padre di Manuela, ecc. C’è una fame necessaria e una che è ingorda, l’ossimoro di queste due forze rende la realtà molliccia, liquida appunto.

 

Perché la fame diventa ossessione? Cosa convince il giovane Derek Zinni a intraprendere il percorso di psicoterapia? Cosa spinge la giovane artista Manuela Riva a cercare sempre cibo?

 

La fame diventa ossessione, quasi patologia, quando deve sopperire a delle mancanze. Derek è un uomo bucato infatti, si riempie per un attimo e poi si sente di nuovo inadeguato. In lui c’è un’assenza tra pulsione e limite, per cui la sua è una vita di eccessi, ma non sa da cosa debba guarire esattamente. «Io avevo deciso di andare in psicoterapia perché ero consapevole di un’anomalia – rottura o difetto di fabbrica non so dirlo – ma non pensavo che psicoterapia significasse dare consigli. Io avevo bisogno di qualcuno che aggiustasse il guasto». Ecco, i due personaggi si sentono difettosi, si raccontano per capire.

Una cosa però li distingue, Derek ricerca per se stesso, in lui c’è l’individualismo puro; i bisogni, i desideri e le pulsioni di Manuela sono invece portatori di un sentimento collettivo, lei dice noi ‘qualcosa era successo a noi’, è un impegno civile il suo.

 

Chi sono i due protagonisti nel loro privato?

 

Derek ha una vita paradossalmente di mancanze e allora si riempie di cose inutili; si atteggia da artista ma in realtà non ha mai realizzato nulla, se non qualche mostra grazie al padre e alle sue raccomandazioni. È ricco e fa ben poco nella vita, se non divertirsi con il suo amico Hamed e vivere la Londra bene e da bere. Poi succede qualcosa…

Manuela ha una laurea italiana in Beni culturali, un master in fotografia e Design al Royal College di Londra, un grande talento e una vita complicata. Manuela è una donna coerente, indipendente che vuole arrivare senza compromessi nel lavoro come nella sua vita privata, sceglie sempre i grandi sentimenti, come suo padre che è il sezionatore di mandorle.

 

Il tuo romanzo è stato capace di fotografare il senso di inadeguatezza dei giovani di oggi e del senso di inappetenza che spesso diventa inquietudine e insoddisfazione.  Come affrontano il loro presente e il loro futuro i due protagonisti del tuo libro?

 

Con un viaggio, cercando le tracce della propria identità e con l’autoanalisi. Realtà e Psicologia, fuori e dentro.

 

Quando nasce Isabella Corrado come autrice e quando nasce Isabella come direttrice dell’agenzia letteraria?

 

Ho cominciato a fare l’editor molto presto, lavorando con diverse case editrici subito dopo l’Università. Alla scrittura mi sono affiancata ancora prima. Ho cominciato con brevi saggi e poesie, già a vent'anni. Poi con una scrittura di tipo informativo come recensioni e articoli di giornali, infine come Ghostwriter. L’ho scritto tra il 2016 e il 2018, prima di fondare l’agenzia letteraria alla fine del 2018.

 

Cosa significa “scrivere” per te? Cosa pensi della “crisi” del mondo editoriale di oggi e quanta “fame” c’è?

 

In Letteratura oggi c’è spesso la tendenza a voler spiegare a tutti i costi, gli scrittori si sentono portatori di grandi verità a volte. Io uso la scrittura per capire quel che non capisco, senza dover spiegare per forza. Mi interessa rappresentare, non spiegare. Penso che la scrittura debba chinarsi sulle piccole esistenze e offrirsi a livello stilistico senza fronzoli né furbizie.

C’è una profonda crisi da più di un decennio ormai, e il mio romanzo racconta anche questo aspetto, che non riguarda solo l’Editoria. Io penso sia andata persa la figura dell’editore-editor che segue i propri libri quasi fossero figli, si è persa anche l’esclusività dello scrivere. Quelli che pagano e hanno pagato maggiormente le conseguenze della crisi editoriale sono i redattori, i grafici, i traduttori, gli editor (oltre alle librerie indipendenti). Insomma tutti coloro che creano insieme allo scrittore il ‘prodotto finito’; succubi di un sistema basato sullo stagismo non retribuito e sul lavoro mal pagato, spesso rimangono nel mondo editoriale soltanto perché una volta entrati è difficile farne a meno. Dall'altro lato, ci sono un sacco di aspiranti lavoratori editoriali che si presentano con curricula ricchi di formazione, scuole del libro, corsi di scrittura, ma non hanno mai lavorato su un testo e non hanno nessuna connessione con la scrittura.

 

Cosa consigli agli autori emergenti che vogliono pubblicare?

 

Io penso che la scrittura sia sentimento, talento e tecnica. L’esercizio e la lettura traghettano verso la tecnica, la ricerca di un’identità verso il talento; la dedizione è nel sentimento. Io consiglio di coltivare questi elementi e di affidarsi a dei professionisti del mestiere nella ricerca della casa editrice, per non rischiare di cadere nella mani dei molti sciacalli editoriali.

 

Quale parola descrive il tuo libro?

 

Figlio.

 

Cosa consigli ai tuoi lettori di Fame e dei tuoi libri futuri?

 

Io consiglio sempre ai lettori di identificarsi con i personaggi, con uno dei tanti. L’identificazione è neutra: prescinde dal genere sessuale e grammaticale. L’identificazione è dei sentimenti. Infine si scopre di avere qualcosa in comune con loro e si finisce per affezionarsi.

 

Hai dei riti particolari quando scrivi? Sono sempre molto curiosa di questo.

 

La musica, solo pianoforte. Per il resto sono una scrittrice da PC, trovo una corrispondenza con i tasti.

 

 

 

Isabella Corrado (1988), di San Giorgio Lucano vive tra Roma e Matera. È laureata in Lettere moderne e specializzata in Filologia Moderna all'Università di Roma Tor Vergata.

Ha fondato e dirige Isabella Corrado Agenzia Letteraria. Collabora con diverse case editrici come editor, ed è redattrice di «CriticaLetteraria». I Suoi articoli sono presenti sulla rivista accademica «Sinestesie» e altre testate.

Fame è il suo primo romanzo.

 

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