E' da lì che viene la luce - di Emanuela E. Abbadessa


"Un giorno qualcuno avrebbe favoleggiato di pianeti sconosciuti in cui società militari avrebbero eliminato gli imperfetti per creare generazioni invincibili. Ma quella sarebbe stata soltanto finzione letteraria, perché nella realtà era proprio il difetto a creare la bellezza."

E' da lì che viene la luce (Piemme 2019) é un romanzo liberamente ispirato alla storia del fotografo tedesco Wilhelm von Glöden (Wismar, 16 settembre 1856-Taormina, 16 febbraio 1931) sulla libertà, di pensiero e costume, che solo nell'arte non conosce odio per il diverso, e sulla paura di svelare la violenta ignoranza che si annida nei meandri più bui dell'animo umano.

Emanuela Abbadessa é una scrittrice e saggista siciliana nata a Catania, già autrice di Capo Scirocco (Rizzoli 2013) e Fiammetta (Rizzoli 2016). L'argomentato di cui scrive in questo libro é uno, meravigliosamente uno: la discriminazione, specialmente quella sessuale.

Ho ho avuto il piacere di ascoltare e conoscere Emanuela Abbadessa durante la presentazione del suo libro al Salone del Libro di Torino di quest'anno. Avevo appena finito di leggerla il giorno prima e devo dire che sono rimasta colpita dalla storia, dalle sue pagine e dal suo modo di scrivere. Il tema centrale, in una Sicilia del 1932, é la certezza di essere diversi, la certezza di vivere la proprio diversità. Tale consapevolezza però, specialmente negli anni crepuscolari del fascismo, non é facile da raggiungere, tende ad essere occultata, specie se la società di baroni, feudatari e servi, ha impostato il modo di vivere di ciascuno, come il matrimonio e lo stato sociale, secondo logiche rigide. Una società in cui la discriminazione é all'ordine del giorno se non rientra nei canoni tradizionalmente stabiliti dalle consuetudini.

Una società in cui come scrive l'autrice "Il vero, che pure sembra perfettamente rappresentato nelle vostre fotografie, non esiste."

Nel libro la diversità viene affrontata secondo filoni differenti. Tra queste diversi correnti ritroviamo il tema dell'omosessualità, percepita e definita come una malattia destinata solo agli uomini. L'istituzione del matrimonio come atto ben lontano dal sentimentalismo, ma definito come "atto di comodo".


"La luce sulla lastra fotografica era soltanto la manifestazione tangibile più vicina al suo pensiero. Ma non era solo reale. Era qualcosa di acciuffato da un altrove lontano tutto racchiuso dentro d lui, strappato con le unghie dal mondo delle idee e reso concreto nell'istante indispensabile alla luce per entrare nell'obbiettivo e impressionare la pellicola. Poi era scomparso per sempre. Anche a volerlo ricostruire identico, quell'attimo era ormai svanito e non ce ne sarebbe stato mai più uno perfettamente uguale".


I quattro personaggi cardini del libro sono il fotografo e barone Ludwing, la sua governante Elena, Agata e Sebastiano Caruso. Tutti sono ammaliati dal fascino del barone e dal suo ambiente ricco di artisti e intellettuali.

«Fermo», quell'unica parola, pronunciata con decisione, attrae l'attenzione di Sebastiano Caruso, un ragazzo di diciassette anni, orfano di padre, la cui vita quel giorno cambia per sempre. L'uomo che ha parlato, il barone Ludwig von Trier, alto e sottile, pallido e vestito in modo impeccabile, è così diverso da chiunque viva a Taormina, che la curiosità di Sebastiano si accende, soprattutto per via della scatola misteriosa che lo sconosciuto tiene tra le mani. Quando il barone, fotografo e artista, lo scopre nell'atto di seguirlo, lo fa entrare in un mondo di cui Sebastiano non sospettava neppure l'esistenza.


"Davvero il desiderio era un demone cieco e poteva impadronirsi di ciascuno indipendentemente da ogni altra cosa? Era forse un miscuglio di agenti chimici in circolo nel corpo o un corto circuito della ragione, una scintilla accesa per errore e capace di provocare una deflagrazione tale da annientare la ragione?".

Grazie al ragazzo, che gli fa da aiutante e da modello, e a Elena Amato, governante premurosa, donna dotata di un'antica saggezza e di un passato misterioso, amica e sodale, Trier impara qualcosa sull'amore che nessuno gli aveva mai insegnato nella fredda casa in cui era stato cresciuto e da cui se ne era andato. Ma «dove c'è luce, c'è anche ombra» dice spesso Trier e, insieme alla luce che fa risplendere la bellezza, il barone sperimenterà anche l'ombra più cupa, la violenza fascista e il serpeggiare delle discriminazioni. E rischierà di esserne inghiottito.


"La sua sola finestra sul mondo era rappresentata proprio dal padrone, capace di aprirle un universo parallelo fatto di bellezza e di libertà. Nello spazio ideale creato da lui non si badava a proclami politici, smanie di potere o matrimoni di convenienza, perché era tutto improntato alla più naturale condotta di vita, quella che consentiva a ciascuno di esprimere se stesso senza dover per forza venire a patti con ciò che la società chiedeva di essere."


Il desiderio di bloccare l'anima dell'altro e di conoscere la sua natura é uno dei motori di questo libro. Desiderio che viene però costantemente ostacolato dalla rigida società basta sul perbenismo e sulle apparenze. Mi verrebbe da dire che forse nulla é così poi tanto diverso oggi rispetto all'epoca raccontata dall'autrice, anche se godiamo di diritti prima inesistenti. Ma la bellezza di questi quattro personaggi non può essere fermata, perché é il loro percorso verso la consapevolezza della loro identità sessuale a definire la loro luce. Proprio nella crepa più sfuggente alla vista umana, si sprigiona la luce più potente mai vista, quella della libertà.





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