Ma che storia é questa - Intervista a Giovanni Lo Giudice, il suo nuovo libro e il valore della scri


Un nuovo libro, un nuovo viaggio questa volta "nel tempo" e un nuovo scrittore ironico e brillante, proprio come le sue pagine. Questa settimana é uscito il suo ultimo libro in libreria "Ma che storia é questa" e ci svelerà curiosità sui personaggi e sulla trama.

Giovanni Lo Giudice, classe 1962, medico, ma anche scrittore, poeta e commediografo. Ha già pubblicato un romanzo fantasy, Effetto Jeremy, presente alle fiere di Torino e Londra 2014, oltre a tre raccolte di poesie: Qualcuno crede ancora, Cent’anni e un minuto e La luna e i lacchè. Per chi volesse ascoltarle (consigliatissime!), ecco il link:

http://www.poetipoesia.com/?audiolibro=giovanni-lo-giudice


Giovanni, prima di tutto complimenti per il tuo libro uscito il 31 maggio 2017, come nasce l'idea di questo libro "Ma che storia è questa"? Chi è il vero protagonista del libro?

Il libro nasce quasi per una pura fatalità. Era l’autunno del 2004 e un incidente “calcettistico” (rottura di un tendine di Achille) mi costringeva a uno stop forzato tra le mura domestiche con un PC davanti. Qualcosa doveva pur accadere. Sebbene avessi avuto da sempre la passione per la scrittura (nasco in realtà come poeta; ho già pubblicato tre raccolte), quella volta decisi di smettere di “fare dei versi” e di inventare una storia. Mi venne in mente l’immagine di un quarantenne frustrato, un docente universitario, il classico uomo di scienza mancato, bistrattato e malvisto da tutti. Vidi la sua figura magra, la sua giacca a quadretti démodé, la sua camicia increspata color crema. Lo vidi in mezzo a una platea di insigni luminari, lo vidi furibondo e obnubilato dalla sua stessa frustrazione, dall’invidia e dal suo atavico complesso di inferiorità. Lo collocai dentro una Ford Focus del 2001, lo mandai sulla A4, poi lo fermai in un autogrill. Da lì cominciò a muoversi da solo, senza che fossi io a decidere cosa volesse fare e dove volesse andare. Il film prese vita da sé. Vedevo il protagonista, il professore Amilcare Arturo Gregoretti, sempre più sorprendentemente impantanato in mille disavventure e in contesti scenografici inediti, che pagina dopo pagina, fotogramma dopo fotogramma, mi catturavano e mi appassionavano. Il film si concluse da sé in cinquanta giorni (la prognosi era di sessanta), ma la stagionatura si è conclusa solo alla fine del 2016. E comunque mai incidente sportivo fu così proficuo: da fromboliere calcettista sfigato ad autore emergente di narrativa. Quando si dice il destino…


Nel tuo libro parli di un'Italia degli anni Settanta, troppo tempo fa quasi, anche se poi neanche tanto, quanto è cambiato rispetto ad oggi?

Gli anni 70 sono anni cardine per noi “giovani” cinquantenni di oggi. Di certo non era tutto rose e fiori. Sebbene quegli anni ci avessero regalato il meglio della produzione musicale e cinematografica, nonché la migliore congiuntura economica di sempre, tra guerre fredde, Vietnam e anni di piombo, qualcosa di oscuro c’era già allora.

Perché ho scelto il 1970? Io amo quell’anno. L’anno in qui completavo il mio primo settennato di vita (secondo certi filosofi d’oriente la vita si suddivide in settennati) e raggiungevo il mio primo livello di consapevolezza, di coscienza di esistere. Ricordo tutto di quel 1970. Giorno per giorno. Potrei creare un diario con tutti gli avvenimenti personali e non, con tutti i palinsesti televisivi, i dischi più in auge, i risultati delle partite. E infatti gli eventi si svolgono in concomitanza col famoso Italia-Germania 4-3. Ma tranquilli, non vi tedierò col calcio… anzi…

E comunque da allora son cambiate tante cose. Eravamo meno tecnologici, ma sicuramente più umani e più veri. E non è poco.


Questo uomo che arriva dal terzo millennio in un periodo d'oro per un' Italia in cui c'erano ancora le cabine telefoniche "vintage", quanto rimane sbalordito in un’epoca senza cellulari e internet? Il tema del viaggio nel tempo è un argomento che appassiona tutte le generazioni, a cosa ti sei ispirato?

In realtà vi renderete conto che Gregoretti non ha nemmeno il tempo di sbalordirsi. Verrà subito catturato in un intreccio di situazioni, a tratti anche grottesche e inusuali, che non gli daranno neppure il tempo di soffermarsi a guardare cabine telefoniche “vintage” o a cercare impossibili segnali Wi-Fi. Piuttosto sarà lui con la sua imprevista presenza in quel contesto a sbalordire il mondo intorno e a creare non pochi colpi di scena, quasi distorcendo gli stessi eventi di allora.

I viaggi nel tempo? L’idea dei viaggi nel tempo, mi ha sempre affascinato, sicuramente come opportunità per la rivisitazione critica del passato, magari alla ricerca di un “perfettibile” (e di film e romanzi di nipoti che tornano indietro di un secolo per uccidere i propri nonni ne sono stati prodotti a iosa). Ma in realtà mi affascina di più l’idea di tanti “passati paralleli”, di tanti “me stesso possibili” che in base alle scelte fatte o non fatte creano differenti scenari futuri. Credo che il presente attuale, sia l’effetto di una co-creazione di scelte “fatte e non fatte” di tutti noi. A volte mi viene da pensare che se avessimo fatto ciò che non abbiamo fatto, forse il mondo non sarebbe come lo conosciamo. E in effetti ciò che sperimenterà Gregoretti nel suo viaggio “amarcord” non sarà proprio come... va beh, non anticipo nulla.


Che rapporto c'è tra il Prof. Lazzari e il Prof. Gregoretti? Noi lettori aspetteremo con ansia, come si legge nel prologo, cosa succederà il 14 giugno 2005 alle ore 18.00.

Sono entrambi docenti universitari del dipartimento di Fisica dell’Università di Milano. Ma sono due poli opposti. Lazzari è il genio, lo scienziato di grido, l’uomo di successo, flemmatico ed equilibrato. Gregoretti ha molte buone potenzialità, dall’alto della sua intelligenza e del suo sapere, ma la sua atavica insicurezza, mascherata da un carattere burbero, scorbutico e misantropo, lo rendono insopportabile e anche professionalmente poco credibile.

Gregoretti è letteralmente ossessionato dal frustrante confronto col suo collega-rivale, che lo vede perennemente perdente su tutti i fronti.

Vedrete come nel romanzo le maledizioni e le invettive contro Lazzari siano quasi una sorta di “disco rotto”, soprattutto nei capitoli iniziali.


Sei un internista- endocrinologo, cosa ti spinge a scrivere? Da dove attingi la tua ispirazione per scrivere?

Credo che la scrittura sia un toccasana, una sorta di catarsi dell’anima e della parte destra del cervello, spesso costretta a tacere per gran parte della giornata, tra i miasmi della quotidianità. Amo il mio lavoro di medico (ma forse non tanto quanto il mio hobby di scrittore), ma mi rendo conto che non è più come una volta, nel 1970 per esempio. Oggi noi medici siamo ridotti a pedine del sistema, stritolati da una bieca burocrazia, sopraffatti da linee-guida, piani terapeutici, protocolli operativi, grafici di produttività e quant’altro. Il nostro lavoro si “robotizza” sempre di più e la creatività geme. E anche il rapporto con l’utenza ha perso lo smalto e la poesia di una volta.

Scrivere è una sorta di compensazione, un invito a edificare qualcosa di gradevole, attingendo ai mattoni della nostra fantasia, del nostro “saper sognare”. In pratica fabbrichiamo dei sogni e li offriamo a chi vorrà viverli attraverso le pagine di un libro.


Sappiamo che questo è il tuo secondo romanzo, da "Effetto Jeremy" a "Ma che storia è questa", cosa è cambiato?

In realtà sono figli di momenti diversi della mia esistenza. Paradossalmente “Effetto Jeremy” l’ho composto nel 2012 e mandato a un concorso letterario nel 2013 (Autori per l’Europa). Venne premiato e poi pubblicato nel 2014.

“Ma che storia è questa”, come già detto, venne concepito nel 2004, ma la gestazione è stata lunghissima, anche perché solo a fine 2016, complice l’insistenza di mia moglie Daniela (la mia fan più sfegatata), decisi di inviarlo a un altro concorso letterario. Il romanzo è piaciuto, e qualche giorno fa “si son rotte le acque” in libreria.

“Effetto Jeremy” è più mistico, più lineare e meno esilarante. Non tratta di viaggi indietro nel tempo, ma di incontri un po’ surreali, sospesi tra due diverse realtà in una stessa istanza (a proposito di “scelte e non scelte”).

“Ma che storia e questa”, pur esprimendo un quid di metafisico, ha una narrazione più cinematografica e risulta più esilarante e intriso di suspense e colpi di scena a raffica. C’è anche spazio per qualche spunto romantico, che non guasta mai.

Diciamo che i romanzi sono diversi perché diversi erano i contesti.

Nel 2004 uscivo da un non bel periodo, culminato nel famoso incidente al tendine. Era l’inizio della catarsi.

Nel 2012 vivevo un periodo più sereno e avevo anche più voglia di filosofeggiare e di farmi delle domande, inventandomi delle risposte (per dirla alla Marzullo).

Ma tra i due romanzi, preferisco quello con Gregoretti protagonista. Più vero, più mio.


Perché leggere il tuo libro? Un motivo che la fa la differenza per scegliere le tue pagine.

Perché ritengo possa essere alla portata di chiunque. Pur nella sua connotazione surreale, rimane un romanzo in grado di emozionare, divertire, appassionare e creare spunti interessanti di riflessione. La lettura ritengo possa essere molto gradita per chi come me il 1970 l’ha vissuto e lo ricorda con nostalgia. Ma anche i più giovani, anche gli adolescenti, finiranno per incuriosirsi e appassionarsi di fronte alle peripezie del goffo protagonista.

Qualcuno, in pochi per la verità, ha avuto la fortuna di leggere le mie bozze già parecchi anni fa. Un coro unanime: “pubblicalo, è bellissimo!”. Magari saranno stati di parte? Non so, ma mi auguro che abbiano avuto ragione. Toccherà a te, Giusy, e agli altri futuri potenziali lettori, confermare o meno l’arcano.


Ringraziamo tantissimo Giovanni Lo Giudice per l'intervista rilasciata e gli auguriamo di continuare a scrivere per divertirci e per non farci annoiare mai! Non vi resta che leggere e viaggiare per scoprire cosa accadrà davvero tra Gregoretti e Lazzari...

Giovanni Lo Giudice lo potete trovare su:

https://www.facebook.com/giovanni.logiudice1962/

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